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18 Febbraio 2010

 


 

A L D A    M E R I N I

Biografia


Nasce a Milano il 21 marzo 1931. La famiglia di Alda Merini è composta dal padre, funzionario delle Assicurazioni Generali Venezia, dalla madre casalinga, da una sorella maggiore e un fratello minore. Non potendo frequentare il liceo Manzoni perché respinta in Italiano, compie gli studi superiori all'Istituto professionale Laura Solera Mantegazza e, contemporaneamente, si dedica allo studio del pianoforte.
Inizia a comporre le prime liriche a quindici anni e il primo, autentico incontro con il mondo letterario avviene l'anno successivo, quando Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, sottopone alcune delle sue poesie a Angelo Romanò che, a sua volta, le fa leggere a Giacinto Spagnoletti, considerato tuttora il primo scopritore della poetessa. Proprio nel '47 la Merini inizia a frequentare la casa di Spagnoletti, dove conosce, fra gli altri, Giorgio Manganelli — che fu un vero maestro di stile per lei, oltre che suo primo grande amore — Davide Turoldo, Maria Corti e Luciano Erba.
 
Ma il '47 è anche l'anno in cui si manifestano i primi sintomi di quella che sarà una lunga malattia: viene internata per un mese nella clinica Villa Turro e, una volta dimessa, rriceve l'aiuto degli amici più cari. Così scrive Maria Corti nell'introduzione a Vuoto d'Amore: "«[...] ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro l'aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro».

Nel '50 Spagnoletti pubblica nell'antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 le due liriche Il gobbo e Luce. L'anno successivo, le stesse liriche, insieme con altri due componimenti, vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume Poetesse del Novecento, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Già da questi primi componimenti si intuiscono quelli che saranno motivi ricorrenti nella poetica della Merini: l'intreccio di temi erotici e mistici, di luce e di ombra, il tutto però amalgamato da una concentrazione stilistica notevole, che nell'arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata, intuitiva.


 



 

Le Poesie di Alda Merini


Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all' orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.



I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

La carne degli angeli

Un punto è l'embrione
un secolo di vita
che ascolta l'universo
la memoria del mondo
fin dalla creazione.
L'uomo che nascerà
è un'eco del Signore
e sente palpitare in sé
tutte le stelle.


Ascolta il passo breve delle cose
-assai più breve delle tue finestre-
quel respiro che esce dal tuo sguardo
chiama un nome immediato:la tua donna.
E' fatta di ombre e ciclamini,
ti chiede il tuo mistero
e tu non lo sai dare.
Con le mani
sfiori profili di una lunga serie di segni
che si chiamano rime.
Sotto, credi,
c'è presenza vera di foglie;
un incredibile cammino
che diventa una meta di coraggio.

I versi sono polvere chiusa
Di un mio tormento d'amore,
ma fuori l'aria è corretta,
mutevole e dolce ed il sole
ti parla di care promesse,
così quando scrivo
chino il capo nella polvere
e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo.

Bacio che sopporti il peso
della mia anima breve
in te il mondo del mio discorso
diventa suono e paura.

Ribaciami in uno stelo di amore
e pensa alla giovinezza che mi
prende e mi ha lasciato sola
per lunghi anni.

Non avessi sperato in te
e nel fatto che non sei un poeta
di solo amore
tu che continui a dirmi
che verrai domani
e non capisci che per me
il domani e' gia' passato.



Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.

Torna amore
vela delicata e libera
che occupi il pensiero della mia terra

sto morendo sulla grandiosità di un fiume
che è rosso di desiderio
e vorrebbe travolgere il tuo amore.

Spazio

Spazio spazio io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita;
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch'io lanci un urlo inumano,
quell'urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.

Superba è la notte

La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l'anima si getta all'avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come rigoglio fisso
fin dentro le pareti.

Il mio passato 
 
Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato 
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
 Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho gia’ visto
non conta piu’ niente.
Il passato ed il futuro
non sono realta’ ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Cosi, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu si, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’ assenzio
di una sopravvivenza negata.

Ah se almeno potessi,
suscitare l'amore
come pendio sicuro al mio destino!
E adagiare il respiro
Fitto dentro le foglie
E ritogliere il senso alla natura!
O se solo potessi
Toccar con dita tremule la luce
Quella gagliarda che ci sboccia in seno,
corpo astrale del nostro viver solo
pur rimanendo pietra, inizio, sponda
tangibile agli dei
e violare i più chiusi paradisi
solo con la sostanza dell'affetto.



No, non chiudermi ancora nel tuo abbraccio,
atterreresti in me questa alta vena
che mi inebria dall'oggi e mi matura.
Lasciamo alzare le mie forze al sole,
lascia che mi appassioni dei miei frutti,
lasciami lentamente delirare
e poi coglimi solo e primo e sempre
nelle notti invocato e nei tuoi lacci
amorosi tu atterrami sovente
come si prende una sventata agnella.

La casa non geme più sotto lo scricchiolio dei tuoi passi,
la casa non geme più
e datemi i rumori
i rumori pesanti
datemi i rumori di Charles
datemi il suo pensiero e il suo lento fuggire
ridatemi i rumori, della sua carne perfetta.
IO sono folle, folle, folle d'amore per te . 
io gemo di tenerezza perchè sono folle, folle, folle
perchè ti ho perduto .
Stamane il mattino era cosi caldo
che a me dettava quasi confusione
ma io era malata di tormento ero malata di tua perdizione.

O poesia , non venirmi addosso
sei come una montagna pesante,
mi schiacci come un moscerino;
poesia, non schiacciarmi
l’insetto è alacre e insonne,
scalpita dentro la rete,
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

Abbi pietà di me che sto lontana
che tremo del tuo futile abbandono,
tienimi come terra che pur piana
dia nella pace tutto il suo perdono
od anche come aperta meridiana
che dia suono dell'ora e dia frastuono,
abbi pietà di me miseramente
poiché ti amo tanto dolcemente.
Ci sono pittori che scrivono con le rime 
e disegnano foreste entro cui
vanno a vivere con i loro amori.
 Si contentano di un solo pensiero,
lo vestono di rubini e
credono che sia un re.
I poeti non credono alle date,
credono che la loro storia cominci
dalla presenza.

 

Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.

 

O il veleggiare del tuo caldo pensiero
sopra la mia parola
e il tuo dormire selvaggio
accanto al mio seno vivo;
o l’adombrarsi della primavera
quando cade il suono del seme
sulla terra feconda di parola.
Così tu sei l’esempio
del sole mio.
Solo un mano d'angelo 
intatta di sè, del suo amore per sè,
potrebbe
offrirmi la concavità del suo palmo
perché vi riversi il mio pianto.
La mano dell'uomo vivente
è troppo impigliata nei fili dell'oggi e dell'ieri,
è troppo ricolma di vita e di plasma di vita!
Non potrà mai la mano dell'uomo mondarsi
per il tranquillo pianto del proprio fratello!
E dunque, soltanto una mano di angelo bianco
dalle lontane radici nutrite d'eterno e d'immenso
potrebbe filtrare serena le confessioni dell'uomo
senza vibrarne sul fondo in un cenno di viva ripulsa.

 

 

http://www.incontroallapoesia.it

 

 Sito ufficiale : http://www.aldamerini.com/

biografia e notizie su : http://it.wikipedia.org/wiki/Alda_Merini

 

 

24 Febbraio 2010






K a h l i l         

                  G I B R A N  



 

Biografia di khalil Gibran



Kahlil Gibran nasce a Bisherri, un villaggio nel Libano settentrionale, il 6 gennaio 1883. Nel 1894 emigra negli Stati Uniti, e a 12 anni e comincia a frequentare le scuole americane. I genitori sono cristiani maroniti, cioè cattolici della Palestina settentrionale; ha due sorelle, Mariana e Sultana, e un fratellastro, Boutros, nato dal primo matrimonio della madre, rimasta vedova. La sua formazione si può ricostruire attraverso gli anni neoplatonici e paganeggianti di Boston, dove emigra nel 1894 con la madre, i fratelli e alcuni zii. Sono gli anni dell'emigrazione araba verso gli Stati Uniti e il Brasile. Il padre, semialcolizzato, rimane in Libano: Gibran non avrà un buon ricordo del rapporto con lui; la madre, Kamele Rahmè, gli trasmette la religiosità e i valori umani della sua tradizione culturale.

A 14 anni Kahlil torna in Libano per frequentare la scuola superiore all'Hikmè di Beirut. In questo periodo si imbatte nel classicismo libanese, che separa abissalmente i ricchi dai poveri, l'aristocrazia e il clero dal popolo. Completati gli studi nel 1897, viaggia attraverso il Libano e la Siria. Ritorna in patria nel 1902 come guida e interprete di una famiglia americana, ma presto deve rientrare a Boston a causa della malattia della madre, che muore di tisi l'anno seguente, così come Sultana e Boutros. A Boston, nel 1904, conosce Mary Haskell, l'incontro più importante della sua vita: Mary sarà sua protettrice, amica, musa, e più tardi curatrice delle sue opere. Si incontrano all'esposizione di alcuni quadri di Kahlil presso lo studio di un amico fotografo; Mary che ha dieci anni più di lui, è preside di una scuola femminile. Grazie a lei Gibran studia pittura a Parigi, tra il 1908 e il 1910, all'Acadèmie Lucien; legge Voltaire e Rousseau, Blake, Nietzsche; scrive "Spiriti ribelli", pubblicato in arabo nel 1908, una breve raccolta di racconti dal tono aspro e nostalgico sulla società libanese.

Tornato negli Stati Uniti, va a vivere a New York, dove comincia a essere conosciuto come pittore. Nel 1918 pubblica il suo primo libro in inglese, "Il folle". Vive tra gli artisti del Greenwich Village, insieme a Mikhail Naimy eAl-Rabitah, il principale animatore di un'associazione letteraria siriano-libanese nata tra Boston e New York tra letterati e pittori arabi d'oltre oceano, i Mahjar. Gibran vuole portare avanti una "rivolta contro l'occidente tramite l'oriente", parole scritte in occasione della pubblicazione de "Il folle", cioè contro il decadentismo dell'occidente e il tradimento del suo stesso Romanticismo. Allo stesso tempo sente il bisogno di un rinnovamento formale e contenutistico della letteratura araba: per esempio si libera della poesia monorima e quantitativa (da Qasida) per il verso libero. Gibran era stato preceduto nel secolo precedente da Al Bustani e da Marrash, due importanti scrittori del filone cristiano-orientale, che si è sviluppato nel XVI secolo; si differenzia da loro per l'uso del linguaggio: mentre Marrash attinge tanto alla filosofia quanto alla scienza, Gibran ha un vocabolario più limitato ma è più attento all'effetto artistico, anche se questo può sembrare strano agli europei che trovano più determinante per Gibran "il messaggio" dell'opera rispetto alla "letteratura". Nel nuovo continente egli si inserisce nella poesia americana sulla scia di Thoreau, Whiteman ed Emerson (che stima in modo particolare), poeti naturalisti di tradizione protestante e predicatoria. Spesso pubblica dei disegni insieme alle opere, mai lunghe; sembra che Auguste Rodin lo abbia definito "il William Blake del XX secolo".

La salute di Gibran è piuttosto minata negli ultimi anni di vita che trascorre tra New York e Boston, dove vive e lavora sua sorella Mariana; muore a New York, di cirrosi epatica e con un polmone colpito da tubercolosi, il 10 aprile 1931; viene sepolto in un antico monastero del suo Paese d'origine, in un giorno di pioggia, accompagnato da pochi amici, tra i quali Barbara Young. Con le sue ultime volontà, Gibran lascia i diritti d'autore in eredità agli abitanti di Bisherri, per opere di pubblico beneficio.










Poesie di Kahlil Gibran


Kahlil Gibran – "Amico mio"


Amico mio, io non sono ciò che sembro.
L'apparenza è come un abito che indosso,
un abito che protegge me dai tuoi interrogativi
e te dalle mie negligenze.
Amico mio, l'io dimora in me nella casa del silenzio
e lì rimarrà per sempre,
impercettibile e inavvicinabile.

Non voglio che tu creda ciecamente in ciò
che dico o faccio, le mie parole e le mie azioni infatti
non sono altro che i tuoi pensieri e le tue speranze resi tangibili.
Quando tu dici "Il vento spira verso est",
io confermo "Sì, spira proprio in quella direzione";
perché non voglio che tu sappia che la mia mente
non dimora nel vento ma nel mare.

Tu non puoi capire i miei pensieri
trasportati dalle onde, né voglio che tu lo faccia.
Preferisco navigare da solo.
Quando da te è giorno, da me è notte;
e pure descrivo il mezzogiorno che danza sulle colline e
la furtiva ombra purpurea che attraversa la valle;
perché tu non puoi udire il canto della mia oscurità
né vedere il battito delle mie ali contro le stelle;
del resto, meglio così.

Rimarrò solo con la mia notte.
Quando tu ascendi al Paradiso,
io scendo dall'inferno;
e quando, dalla riva opposta del golfo che ci separa,
mi chiami: "compagno, amico",
a mia volta ti chiamo "compagno, amico"
poiché non voglio che tu veda il mio Inferno.

La fiamma ti brucerebbe gli occhi
e il fumo ti invaderebbe le narici.
E io amo troppo il mio Inferno per fartelo visitare.
Resterò all'Inferno da solo.
Tu ami la Verità,
la Bellezza,
la Giustizia
e io per amor tuo dico che amare è giusto e decoroso,
anche se dentro di me rido del tuo amore.

Ma non voglio che tu lo veda.
Riderò da solo.
Amico mio, tu sei buono, cauto e saggio,
certo, sei perfetto.
Anch'io, benché sia pazzo,
quando parlo con te lo faccio con saggezza e con cautela,
mascherando la mia pazzia.

Sarò pazzo da solo.
Amico o nemico che tu sia,
come posso farti capire?
Anche se camminiamo insieme,
mano nella mano, la mia strada non è la tua.





 

Kahlil Gibran – "Il commiato"


E così si fece sera.
E Almitra, l'indovina, disse:
Sia benedetto questo giorno e questo luogo e il tuo spirito che ha parlato.
E lui rispose:
Ero io a parlare? Non sono stato io stesso un uditore?

Quindi scese i gradini del tempio e tutto il popolo lo seguì.
Lui raggiunse la sua nave e restò in piedi sul ponte.
E ancora rivolto al popolo levò alta la voce e disse:
Popolo di Orfalese,
il vento mi comanda di lasciarvi.
Io sono meno impaziente del vento,
tuttavia devo andare.
Per noi, viandanti eternamente alla ricerca della via più solitaria,
non inizia il giorno dove un altro giorno finisce,
e nessuna aurora ci trova dove ci ha lasciato al tramonto.
Anche quando dorme la terra,
noi procediamo nel viaggio.
Siamo i semi della tenace pianta,
ed è nella nostra maturità e pienezza di cuore
che veniamo consegnati al vento e dispersi.

Brevi furono i miei giorni tra voi,
e ancor più brevi le parole che ho detto.
Ma se la mia voce si affievolirà nel vostro orecchio
e il mio amore svanirà nella vostra memoria,
allora io tornerò.
E con cuore più ricco e labbra più docili allo spirito,
parlerò con voi.
Sì, tornerò con la marea,
E se anche la morte mi celasse e mi avvolgesse il silenzio più profondo,
ancora cercherò il vostro ascolto.
E non cercherò invano.
Se ciò che ho detto è verità,
questa verità dovrà rivelarsi in una voce più chiara
e in parole più somiglianti ai vostri pensieri.

Io vado col vento, popolo di Orfalese,
ma non verso il nulla.
E se questo giorno non è compimento delle vostre attese né del mio amore,
sia allora promessa per un altro giorno.
I bisogni dell'uomo mutano,
ma non il suo amore né il desiderio che sia l'amore a placarli.
Sappiate dunque che io tornerò dal silenzio più grande.
La nebbia che all'alba si dissolve e lascia sui campi solo rugiada,
si alzerà per raccogliersi in nube e ricadere sotto forma di pioggia.
E io fui come nebbia.

Nella quiete della notte ho camminato per le vostre strade
e il mio spirito è entrato nelle vostre case,
I palpiti del vostro cuore erano nel mio cuore
e sul mio volto soffiava il vostro respiro,
e vi ho conosciuti tutti.
Sì, ho conosciuto la vostra gioia e il vostro dolore
e, nel sonno, i vostri sogni erano i miei sogni.
Tra voi sovente sono stato un lago circondato da montagne.
In me si sono rispecchiate le vostre vette e i curvi pendii,
e anche il lento sfilare delle greggi dei vostri pensieri e passioni.

E al mio silenzio è giunto come a ruscelli il riso dei vostri bambini
e a fiumi l'ardente desiderio dei vostri giovani.
E raggiunta la mia profondità,
ruscelli e fiumi non avevano ancora smesso il canto.
Ma qualcosa di più dolce del riso e più grande del desiderio è giunto sino a me.
L'infinito in voi;
L'uomo immenso del quale non siete altro che cellule e nervi;
Nel cui cantico ogni vostra voce non è che un muto singhiozzo.
È nell'uomo immenso che voi siete immensi,
Ed è nel guardarlo che vi ho guardato e amato.

Poiché a quali distanze,
al di là di questa immensa sfera,
può giungere l'amore?
Quali visioni, quali attese e quali speranze
si eleveranno oltre quel volo?
Come una quercia gigantesca in piena fioritura
è l'uomo immenso in voi.

La sua forza vi lega alla terra,
la sua fragranza vi solleva nell'aria,
e nel suo perdurare voi siete immortali.
Vi è stato detto che voi, simili a una catena,
siete deboli quanto il vostro anello più debole.
Questa non è che una mezza verità.
Voi siete anche forti come il vostro anello più forte.
Misurarvi dalla vostra azione più meschina
è come calcolare la potenza dell'oceano dalla fragilità della sua schiuma.
Giudicarvi dai vostri errori è accusare le stagioni per la loro incostanza.

Sì, voi siete come l'oceano,
E sebbene le navi, pesanti di carichi,
attendano la marea sulle vostre rive,
voi, come l'oceano, non la potete affrettare.
E inoltre siete come le stagioni,
E benché nel vostro inverno neghiate la vostra primavera,
La primavera che è in voi sorride intatta e assopita.

Non pensiate che io vi parli così affinché vi diciate l'un l'altro:
"Ci ha ben lodato.
In noi non ha visto che il buono".
Io vi ho solo tradotto in parole ciò che voi stessi conoscete in pensiero.
E che cos'è la parola se non l'ombra di una conoscenza inespressa?
I vostri pensieri e le mie parole sono le onde di una memoria sigillata
che conserva la traccia del nostro passato,
E dei remoti giorni in cui la terra non conosceva noi né sè stessa,
E delle notti in cui era preda del caos.

Uomini savi sono venuti per darvi la loro saggezza.
Io sono venuto per attingerla da voi.
E ho trovato quanto è più grande della saggezza:
La fiamma dello spirito in voi che si alimenta di sè stessa,
Mentre voi, noncuranti del suo espandersi,
piangete l'inaridire dei giorni.
E ho trovato la vita che cerca la vita in corpi che temono la tomba.

Qui non ci sono tombe.
Queste montagne e queste pianure
sono una culla e una pietra per il guado.
Quando passate per il campo dopo aver sepolto i vostri avi,
guardatevi intorno e vedrete voi stessi con i vostri figli danzare mano nella mano.
In verità, spesso fate festa senza saperlo.

Altri uomini vennero a blandire la vostra fede con dorate promesse
e voi a loro rendeste ricchezze e potenza e gloria.
Io vi ho dato meno di una promessa,
eppure siete stati con me più generosi:
Mi avete dato la più profonda sete di vita futura.
Certo non vi è dono più grande per un uomo
di ciò che muta ogni proposito in labbra ardenti
e tutta la vita in una fonte.
E in questo sta il mio onore e la mia ricompensa:
Vengo a bere a una fonte e trovo l'acqua viva essa stessa assetata;
E mentre io bevo l'acqua mi beve.

Qualcuno tra voi mi ha stimato superbo
e troppo schivo per ricevere doni.
In verità sono troppo superbo per accettare compensi,
ma non doni.
E sebbene abbia mangiato bacche sulle colline
quando mi avreste invitato alla vostra mensa,
E dormito sotto il portico del tempio
quando mi avreste dato asilo con gioia,
Non è stata forse la vostra amorevole preoccupazione per i miei giorni e le mie notti
a rendere il cibo dolce alla mia bocca
e a circondare il mio sonno di visioni?
Per tutto questo io vi benedico ancora.
Voi date molto e lo ignorate:
In verità la bontà che si ammira allo specchio si tramuta in pietra,
E una buona azione che si compiace di sè stessa genera una maledizione.

E alcuni di voi mi hanno giudicato distante ed ebbro della mia solitudine,
E hanno detto:
"Lui tiene consiglio con gli alberi della foresta,
ma non con gli uomini.
Siede solitario sulle cime dei monti e guarda dall'alto la nostra città".
È vero, ho scalato montagne e ho camminato in luoghi remoti.
Ma come avrei potuto vedervi
se non da una grande altitudine o da una grande distanza?
In verità, come si può essere vicini
se non si conosce la lontananza?

E altri tra voi si sono tacitamente rivolti a me pronunziando queste parole:
"Straniero, straniero, amante di irraggiungibili altezze,
perché vivi sulle cime dove le aquile costruiscono il loro nido?
Perché cerchi l'impossibile?
Quali tempeste vorresti carpire?
E quali uccelli chimerici insegui nel cielo?
Vieni, e sii uno di noi.
Scendi, placa la tua fame col nostro pane e spegni la tua sete col nostro vino".
Nella solitudine dell'anima questo hanno detto;
Ma se la loro solitudine fosse stata più profonda
avrebbero capito che ricercavo soltanto il segreto della vostra gioia e della vostra pena,
E che inseguivo soltanto la vostra essenza più vasta che si libra nel cielo.

Ma il cacciatore è stato anche la preda;
Molte frecce hanno lasciato il mio arco
solo per mirare al mio petto.
E il volatile è stato anche il rettile;
Quando le mie ali si dispiegavano al sole,
la loro ombra sulla terra era una tartaruga.
E io, il credente, sono stato anche lo scettico,
Poiché sovente ho messo il dito nella mia stessa piaga,
per avere di voi la conoscenza e la fede più profonde.

Ed è con questa fede e questa conoscenza che io dico,
Voi non siete rinchiusi nel vostro corpo,
né confinati nelle case o nei campi.
Ciò che voi siete
ha la sua dimora tra le montagne ed erra nel vento.

E non è qualcosa che striscia al sole per scaldarsi
o scava buche nel buio per trovare rifugio.
Ma qualcosa di libero,
uno spirito che avvolge la terra e muove nell'etere.
Se queste sono parole vaghe,
non cercate di chiarirle.
Vago e nebuloso è l'inizio di ogni cosa,
ma non la sua fine.
E vorrei che mi ricordaste come un inizio.
La vita, e tutto ciò che vive,
è concepito nella nebbia e non nel cristallo.
E chissà se il cristallo non è la nebbia che si dilegua?

Nel ricordarmi,
non scordatevi di questo:
Ciò che in voi sembra più fragile e confuso,
è invece più forte e determinato.
Non è forse il respiro che ha eretto e temprato la vostra struttura?
E non è forse un sogno che nessuno di voi ricorda di aver sognato,
ciò che ha edificato la vostra città e modellato ogni cosa in essa?
Se solo poteste vedere il flusso di questo respiro,
non vorreste vedere nient'altro.
E se solo poteste udire il sussurro di questo sogno,
non vorreste ascoltare suono diverso.

Ma voi non vedete né udite,
e questo è bene.
Il velo che offusca i vostri occhi
sarà sollevato dalla mano che lo ha tessuto,
E la creta che ostruisce le vostre orecchie
sarà rimossa dalle dita che l'hanno impastata.
E voi vedrete.
E voi udirete.
Ma non rimpiangerete di aver conosciuto la cecità,
né di essere stati sordi.
Poiché in quel giorno conoscerete il fine nascosto.
E benedirete l'oscurità come avreste benedetto la luce.

Dette queste cose si guardò intorno
e vide il timoniere in piedi vicino alla sbarra scrutare ora le vele gonfie ora l'orizzonte.
E disse:
Paziente, troppo paziente è il capitano della mia nave.
Il vento soffia e le vele sono inquiete;
Anche il timone implora la sua rotta;
Tuttavia il mio capitano ha atteso con calma il mio silenzio.
E questi miei marinai, che già udivano il coro del mare aperto,
hanno saputo ascoltarmi pazienti.
Non aspetteranno più a lungo.
Sono pronto.
Il fiume ha raggiunto il mare,
e ancora una volta la grande madre accoglie il figlio nel suo grembo.

Addio, popolo d'Orfalese.
Questo giorno è finito.
Si chiude su di noi come il giglio acquatico sul suo domani.
Serberemo quello che qui ci è stato donato,
E se non sarà sufficiente,
ci ricongiungeremo per tendere ancora le mani verso colui che dà.
Tornerò a voi, non dimenticatemi.
Sarà tra breve,
e il mio anelito raccoglierà polvere e saliva per un altro corpo.
Sarà tra breve,
un attimo di calma nel vento e un'altra donna mi partorirà.

Addio a voi e alla giovinezza trascorsa con voi.
Appena ieri ci incontrammo.
Voi avete cantato per me nella mia solitudine
e io ho costruito una torre nel cielo con i vostri desideri.
Ma ora il nostro sogno è finito,
è volato via il sonno e non è più l'alba.
Il mattino volge al termine,
il nostro dormiveglia si è trasformato nella pienezza del giorno,
e dobbiamo separarci.
Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo della memoria,
parleremo nuovamente insieme,
e il canto che voi intonerete sarà allora più profondo.
E se le nostre mani si toccheranno in un altro sogno,
costruiremo un'altra torre nel cielo.

Così dicendo fece un segnale ai marinai
e subito essi levarono le ancore
e, liberata la nave dagli ormeggi, salparono verso oriente.
E un grido venne dal popolo come da un solo cuore,
salì nel crepuscolo
e dal mare fu portato lontano come uno squillo di tromba.

Solo Almitra rimase in silenzio
fissando la nave fino a che scomparve nella foschia.
E quando tutto il popolo si disperse lei restò sola sul molo
mentre nel suo cuore riaffioravano le parole:
"Sarà tra breve,
un attimo di calma nel vento e un'altra donna mi partorirà".

 


 

Kahlil Gibran – "L'arrivo della nave"


Almustafa, l'eletto e l'amato,
come un'alba verso il suo giorno,
aveva atteso dodici anni nella città di Orfalese
il ritorno della nave che doveva riportarlo all'isola nativa.
E nel dodicesimo anno,
il giorno settimo di Iellol mese della mietitura,
salì sopra la collina fuori le mura della città e guardò verso il mare,
e nella foschia vide la sua nave venire.
Allora le porte del suo cuore si spalancarono e la sua gioia volò lontano,
al di sopra del mare.
E Almustafa chiuse gli occhi e pregò nei silenzi dell'anima.

Ma discendendo dalla collina,
una grande tristezza calò su di lui, e così ragionò nel suo cuore:
Come andarsene in pace e senza dolore?
No, non senza ferita nell'anima lascerò questa città.
lunghi sono stati i giorni di sofferenza consumati tra le sue mura,
lunghe le notti di solitudine;
e chi può senza rimpianto lasciare il suo dolore e la sua solitudine?
Troppi frammenti dello spirito ho disseminato in queste strade,
troppi figli del mio desiderio vanno nudi tra queste colline,
e io non posso allontanarmi da loro senza peso e dolore.
Non è una veste che oggi io respingo,
ma una pelle che strappo con le mie stesse mani.
Non è un pensiero che io lascio dietro a me,
ma un cuore reso dolce da fame e sete.

Tuttavia più a lungo non posso indugiare.
Il mare che pretende ogni cosa mi chiama,
e io devo imbarcarmi.
Poiché se resto, nonostante brucino le ore della notte,
io sarò ghiaccio e fossile, costretto in una forma.
Vorrei portare con me ogni cosa che è qui.
Ma come potrò?
Una voce non può portare con sè la lingua e le labbra
che le hanno dato le ali.
Sola dovrà approdare al cielo.
E sola e senza nido l'aquila volerà attraverso il sole.

Giunto ai piedi della collina,
nuovamente guardò verso il mare e vide la sua nave avvicinarsi al porto
e sulla prua i marinai,
gli uomini della sua terra.

E la sua anima gridò loro:
Figli della mia antica madre, cavalieri delle onde,
quante volte avete veleggiato nei miei sogni.
E adesso approdate al mio risveglio,
che è il mio sogno più profondo.
Sono pronto a partire,
e a vele spiegate il mo desiderio aspetta il vento.
Ancora una volta respirerò quest'aria calma
e ancora una volta volgerò indietro il mio sguardo d'amore.
E allora sarò tra voi,
navigante tra i naviganti.
E tu, vasto mare, materno e insonne,
Unica pace e libertà per il torrente e il fiume,
In questa piana la corrente traccerà solo un'altra svolta,
avrà solo un altro mormorio.
E allora io verrò a te,
goccia infinita in sconfinato oceano.

E camminando vide di lontano uomini e donne lasciare campi e vigneti
e accorrere alle porte della città.
E udì le loro voci pronunciare il suo nome e gridare da campo a campo
annunziandosi l'un l'altra l'arrivo della sua nave.
E lui si disse:
Il giorno della separazione sarà forse giorno di convegno?
E questa mia vigilia, in verità, sarà detta la mia aurora?
E cosa offrirò a chi ha lasciato l'aratro a metà solco
o ha fermato la ruota del suo torchio?
Sarà il mio cuore l'albero pesante di frutti che donerò loro?
E sgorgheranno come fonte i miei desideri
affinché ne siano colme le loro coppe?
Sono forse io quale arpa sfiorata dalla mano del potente,
o un flauto che il suo soffio attraversa?
Io sono un esploratore di silenzi,
e quali tesori scoperti nei silenzi potrò dispensare con fiducia?
Se questo è il mio giorno delle messi,
in quali campi ho sparso il seme e in quali stagioni dimenticate?
Se veramente questo è il giorno in cui leverò alta la mia lanterna,
non è mia la fiamma che qui brucerà.
Buia e vuota alzerò la mia lanterna.
E a riempirla d'olio,
così come ad accenderla,
sarà il guardiano della notte.

Questi pensieri lui tradusse in parole.
Ma molto restò nel suo cuore di non detto.
Poiché lui stesso era incapace di esprimere il suo segreto più profondo.
E quando entrò nella città tutto il popolo gli venne incontro
e lo acclamò con una voce sola.
E gli anziani della città si fecero avanti e dissero:
"Non lasciarci ancora.
Sei stato un meriggio nel nostro crepuscolo
e la tua giovinezza ci ha donato visioni di sogno.
Non sei ospite tra noi, non straniero, ma il figlio nostro prediletto.
Non tollerare che ai nostri occhi manchi il nutrimento del tuo volto".
E i sacerdoti e le sacerdotesse gli dissero:
"Non adesso ci separino le onde del mare
e non diventino ricordo gli anni che hai trascorso tra noi.
Come spirito hai camminato in mezzo a noi
e la tua ombra è stata luce per i nostri volti.
Molto ti abbiamo amato.
Ma senza parole, nascosto, fu il nostro amore.
Ora esso grida e a te vorrebbe rivelarsi.
Poiché sempre l'amore ignora la sua profondità fino all'ora del distacco".

E altri vennero a supplicarlo.
Ma lui non rispose.
Chinò soltanto la testa,
e chi gli era vicino vide le lacrime cadergli sul petto.
E con il popolo avanzò sulla grande piazza,
davanti al tempio.
E dal santuario uscì una donna di nome Almitra.
Ed era un'indovina.
E lui la fissò con estrema tenerezza perché per prima lo aveva cercato,
e aveva creduto in lui dal giorno del suo arrivo in quella città.
E lei lo salutò dicendo:
"Profeta di Dio, che cerchi l'assoluto,
a lungo hai spiato l'orizzonte per scorgere la tua nave.
E ora la tua nave è giunta e tu devi andare.
Profonda è in te la nostalgia per la terra dei tuoi ricordi
e per la dimora delle tue grandi speranze;
e neppure il nostro amore potrà trattenerti né la nostra necessità.
Ma prima di lasciarci noi ti chiediamo:
parlaci e dona a noi la tua verità.
Noi la doneremo ai nostri figli, questi a loro figli,
ed essa non perirà.
In solitudine hai vegliato sui nostri giorni,
e vigile hai udito il pianto e il riso del nostro sonno.
E allora dischiudici a noi stessi e a noi rivela ciò che sai
su quanto passa tra la nascita e la morte".

E lui rispose:
"Popolo di Orfalese,
di che cosa posso parlare se non di ciò che anche ora si agita nel vostro cuore?".

 





Kahlil Gibran – "Su colpa e castigo"

Allora un giudice della città si fece avanti e disse:
Parlaci della Colpa e del Castigo.
E lui rispose dicendo:
È quando il vostro spirito vaga nel vento,
Che soli e incauti commettete una colpa verso gli altri
e quindi verso voi stessi.
E per questa colpa commessa dovrete bussare e, inascoltati,
attendere a lungo alla porta dei beati.

Come l'oceano è la vostra essenza divina;
Per sempre resta incontaminata.
E come nell'etere, in essa si muovono soltanto gli esseri alati.
Come il sole è la vostra essenza divina;
Ignora le gallerie della talpa e non cerca le tane del serpente.
Ma in voi non dimora soltanto l'essenza divina.
Molto è tuttora umano in voi,
e molto in voi non è ancora umano,
Ma un pigmeo informe che cammina addormentato
cercando nelle brume il proprio risveglio.

E ora vorrei parlarvi dell'uomo che è in voi.
Poiché né la vostra essenza divina,
né il pigmeo nelle brume,
ma solo l'uomo conosce la colpa e il castigo.
Spesso vi ho udito dire di chi sbaglia che non è uno di voi,
ma un intruso estraneo al vostro mondo.
Ma io vi dico:
così come il santo e il giusto non possono innalzarsi
al di sopra di quanto vi è di più alto in voi,
Così il malvagio e il debole non possono cadere
più in basso di quanto vi è di più infimo in voi.
E come la singola foglia non ingiallisce
senza che la pianta tutta ne sia complice muta,
Così il malvagio non potrà nuocere
senza il consenso tacito di voi tutti.

Insieme avanzate,
come in processione,
verso la vostra essenza divina.
Voi siete la via e i viandanti.
E quando uno di voi cade,
cade per quelli che lo seguono
giacché li mette in guardia contro l'ostacolo.
Ma cade anche per quelli che lo precedono i quali,
benché più celeri e sicuri nel loro passo non rimossero l'ostacolo.

E vi dirò inoltre, nonostante la mia parola vi pesi sul cuore:
L'assassinato è responsabile del proprio assassinio,
E il derubato non è senza colpa del furto subito.
Il giusto non è innocente delle azioni del malvagio.
E chi ha le mani pulite non è immune dalle imprese dell'empio.
Sì, il colpevole è spesso vittima di chi ha offeso.
E ancora più spesso
il condannato regge il fardello di chi è senza biasimo e colpa.
Voi non potete separare il giusto dall'ingiusto, il buono dal cattivo,
Poiché stanno uniti al cospetto del sole
come insieme sono tessuti il filo bianco e il filo nero.
E se il filo nero si spezza,
il tessitore rivedrà da cima a fondo tela e telaio.

Se qualcuno di voi volesse portare in giudizio una moglie infedele,
Soppesi anche il cuore del marito e ne misuri l'anima.
E chi volesse frustare l'offensore scruti nello spirito dell'offeso.
E se qualcuno di voi, in nome della giustizia,
volesse punire con la scure l'albero guasto, ne esamini le radici.
E scoprirà radici del bene e del male, feconde e sterili,
tutte insieme intrecciate nel cuore silenzioso della terra.

E voi, giudici, che pretendete essere giusti,
Che giudizio pronunciate su chi,
benché onesto nella carne, in spirito è ladro?
Che pena infliggere a chi uccide nella carne,
ma in spirito è lui stesso ucciso?
E come perseguite chi nei fatti inganna e opprime,
Ma è lui stesso afflitto e oltraggiato?
E come punite quelli il cui rimorso è più grande del loro misfatto?
Il rimorso non è forse la giustizia retta da quella vera legge
che servireste di buon grado?

Ma non potete imporre il rimorso all'innocente,
né strapparlo dal cuore del colpevole.
Inaspettato, esso chiamerà nella notte
affinché l'uomo si svegli e scruti dentro di sé.
E come potrete capire la giustizia,
se non esaminate ogni fatto in piena luce?
Solo così saprete che il caduto e l'eretto sono un solo uomo che sta nel crepuscolo,
sospeso tra la notte della sua essenza non ancora umana
e il giorno della sua essenza divina.
La pietra angolare del tempio non è più alta
della pietra più bassa delle sue fondamenta.

 





Kahlil Gibran – "Sui figli"

E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.

E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sè stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani,
Che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro,
Ma non farvi simili a voi:
La vita procede e non s'attarda sul passato.

Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
E vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'arciere;
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.

 





Kahlil Gibran – "Sul dare"

Allora un uomo ricco disse:
Parlaci del Dare.

E lui rispose:
Date poca cosa se date le vostre ricchezze.
È quando date voi stessi che date veramente.
Che cosa sono le vostre ricchezze
se non ciò che custodite e nascondete nel timore del domani?
E domani, che cosa porterà il domani al cane troppo previdente che sotterra l'osso nella sabbia senza traccia,
mentre segue i pellegrini alla città santa?
E che cos'è la paura del bisogno se non bisogno esso stesso?
Non è forse sete insaziabile il terrore della sete quando il pozzo è colmo?

Vi sono quelli che danno poco del molto che possiedono,
e per avere riconoscimento,
e questo segreto desiderio contamina il loro dono.
E vi sono quelli che danno tutto il poco che hanno.
Essi hanno fede nella vita e nella sua munificenza,
e la loro borsa non è mai vuota.

Vi sono quelli che danno con gioia e questa è la loro ricompensa.
Vi sono quelli che danno con rimpianto e questo rimpianto è il loro sacramento.
E vi sono quelli che danno senza rimpianto né gioia e senza curarsi del merito.
Essi sono come il mirto che laggiù nella valle effonde nell'aria la sua fragranza.
Attraverso le loro mani Dio parla,
e attraverso i loro occhi sorride alla terra.
È bene dare quando ci chiedono,
ma meglio è comprendere e dare quando niente ci viene chiesto.
Per chi è generoso, cercare il povero è gioia più grande che dare.

E quale ricchezza vorreste serbare?
Tutto quanto possedete un giorno sarà dato.
Perciò date adesso,
affinché la stagione dei doni possa essere vostra e non dei vostri eredi.
Spesso dite: "Vorrei dare ma solo ai meritevoli".
Le piante del vostro frutteto non si esprimono così né le greggi del vostro pascolo.
Esse danno per vivere, perché serbare è perire.

Chi è degno di ricevere i giorni e le notti,
è certo degno di ricevere ogni cosa da voi.
Chi merita di bere all'oceano della vita,
può riempire la sua coppa al vostro piccolo ruscello.
E quale merito sarà grande quanto la fiducia,
il coraggio, anzi la carità che sta nel ricevere?
E chi siete voi perché gli uomini vi mostrino il cuore,
e tolgano il velo al proprio orgoglio così che possiate vedere il loro nudo valore
e la loro imperturbata fierezza?

Siate prima voi stessi degni di essere colui che da
e allo stesso tempo uno strumento del dare.
Poiché in verità è la vita che da alla vita,
mentre voi, che vi stimate donatori,
non siete che testimoni.

E voi che ricevete – e tutti ricevete –
non permettete che il peso della gratitudine imponga un giogo a voi e a chi vi ha dato.
Piuttosto i suoi doni siano le ali su cui volerete insieme.
Poiché preoccuparsi troppo del debito è dubitare della sua generosità
che ha come madre la terra feconda,
e Dio come padre.

 





Kahlil Gibran – "Sul dolore"

E una donna disse:
Parlaci del Dolore.

E lui disse:
Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore.
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;
Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre accolto le stagioni che passano sui campi.
E veglieresti sereni durante gli inverni del vostro dolore.

Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi.
È la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il vostro male.
Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e in silenzio.
Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano dell'Invisibile,
E la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, è stata fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato di lacrime sacre.





Kahlil Gibran – "Sulla bellezza"

E un poeta disse:
Parlaci della Bellezza.

E lui rispose:
Dove cercherete e come scoprirete la bellezza,
se essa stessa non vi è di sentiero e di guida?
E come potrete parlarne,
se non è la tessitrice del vostro discorso?
L'afflitto e l'offeso dicono:
"La bellezza è nobile e indulgente.
Cammina tra noi come una giovane madre confusa dalla sua stesa gloria".
E l'appassionato dice:
"No, la bellezza è temibile e possente.
Come la tempesta, scuote la terra sotto di noi e il cielo che ci sovrasta".

Lo stanco e l'annoiato dicono:
"La bellezza è un lieve bisbiglio.
Parla del nostro spirito.
La sua voce cede ai nostri silenzi
come una debole luce che trema spaurita dall'ombra".
Ma l'inquieto dice:
"Abbiamo udito il suo grido tra le montagne,
E con questo grido ci sono giunti strepito di zoccoli,
battiti d'ali e ruggiti di leoni".

Di notte le guardie della città dicono:
"La bellezza sorgerà con l'alba da oriente".
E al meriggio colui che lavora e il viandante dicono:
"L'abbiamo vista affacciarsi sulla terra dalle finestre del tramonto".
D'inverno, chi è isolato dalla neve dice:
"Verrà con la primavera balzando di colle in colle".
E nella calura estiva il mietitore dice:
"L'abbiamo vista danzare con le foglie dell'autunno
e con la folata di neve nei capelli".

Tutte queste cose avete detto della bellezza,
Tuttavia non avete parlato di lei,
ma di bisogni insoddisfatti.
E la bellezza non è un bisogno,
ma un'estasi.
Non è una bocca assetata,
né una mano vuota protesa,
Ma piuttosto un cuore bruciante e un'anima incantata.
Non è un'immagine che vorreste vedere
né un canto che vorreste udire,
Ma piuttosto un'immagine che vedete con gli occhi chiusi,
e un canto che udite con le orecchie serrate.
Non è la linfa nel solco della corteccia,
né l'ala congiunta all'artiglio,
Ma piuttosto un giardino perennemente in fiore
e uno stormo d'angeli eternamente in volo.

Popolo di Orfalese,
la bellezza è la vita,
quando la vita disvela il suo volto sacro.
Ma voi siete la vita e siete il velo.
La bellezza è l'eternità che si contempla in uno specchio.
Ma voi siete l'eternità e siete lo specchio.

 



 

Kahlil Gibran – "Sulla casa"

Allora si fece avanti un muratore e disse:
Parlaci della Casa.

E lui rispose dicendo:
Costruite con l'immaginazione una capanna nel deserto,
prima di costruire una casa entro le mura della città:
poiché come voi rincasate al crepuscolo,
altrettanto fa il nomade che è in voi, sempre esule e solo.
La casa è il vostro corpo più vasto.
Essa si espande nel sole e dorme nella quiete della notte,
e non è senza sogni.
Non sogna forse la vostra casa?
E sognando non abbandona la città per il bosco o la sommità della collina?

Vorrei riunire nella mia mano le vostre case,
e come il seminatore disperderle in prati e foreste.
Vorrei che le vostre strade fossero valli e verdi sentieri i vostri viali,
affinché potreste cercarvi l'un l'altro tra le vigne
e ritrovarvi con l'abito odoroso di terra.
Ma questo non può ancora accadere.
La paura dei vostri antenati vi ha radunati insieme,
troppo vicini.
E questa paura durerà ancora in voi.
E ancora le mura delle vostre città separeranno dai campi i vostri focolari.

Ditemi, popolo di Orfalese, che avete in queste case?
E che mai custodite dietro l'uscio sbarrato?
Pace? Il calmo impeto che rivela la forza?
Ricordi? L'arco di pallida luce che unisce le cime della mente?
Avete la bellezza che conduce il cuore
dagli oggetti creati nel legno e nella pietra alla montagna sacra?
Ditemi, avete questo nelle vostre case?
O avete solo benessere e l'avidità del benessere
che furtiva entra in casa come ospite per diventarne padrona e infine sovrana?

Sì, essa vi domina,
e con il rampino e la frusta riduce a fantocci le vostre aspirazioni più alte.
Benché abbia mani di seta,
il suo cuore è di ferro.
Vi addormenta cullandovi per stare vicina al vostro letto
e prendersi gioco della dignità della carne.
Schernisce i vostri sensi integri
e li depone nella bambagia come fragili vasi.
In verità, l'avidità del benessere uccide la passione dell'anima
e sogghigna alle sue esequie.

Ma voi, figli dell'aria, insonni nel sonno,
non sarete ingannati né domati.
La vostra casa non sarà l'ancora,
ma l'albero della nave.
Non sarà il velo lucente che ricopre la ferita,
ma la palpebra a difesa dell'occhio.
Non ripiegherete le ali per attraversare le porte,
non chinerete la testa per non urtare la volta,
non tratterrete il respiro per paura che le mura si incrinino e crollino.
Non dimorerete in sepolcri edificati dai morti per i vivi.
E sebbene magnifica e splendida,
la vostra casa non custodirà il vostro segreto
né darà riparo alle vostre brame.
Poiché ciò che in voi è sconfinato risiede nella dimora del cielo,
la cui porta è bruma mattutina e le finestre sono canti di quiete notturna.

 





Kahlil Gibran – "Sulla libertà"

E un oratore disse:
Parlaci della Libertà.

E lui rispose:
Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà,
Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all'ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà
Sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento.
In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.

Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti
Se non spezzando le catene che all'alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l'ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.

E cos'è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi?
L'ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici,
Neppure riversandovi sopra le onde del mare.

Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto.
Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri,
Se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio?
E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l'avete scelto.
E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v'incute.
In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire,
Ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio.
Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi.
E quando un'ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un'altra luce.
E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

 





Kahlil Gibran – "Sull'amicizia"

E un adolescente disse:
Parlaci dell'Amicizia.

E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.
Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore,
Ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

 





Kahlil Gibran – "Sull'amore"

Allora Almitra disse:
Parlaci dell'Amore.

E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete.
E con voce ferma disse:
Quando l'amore vi chiama, seguitelo.
Anche se le sue vie sono dure e scoscese.
e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui.
Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.
E quando vi parla, abbiate fede in lui,
Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.

Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge.
E come vi fa fiorire così vi reciderà.
Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole,
Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.
Come covoni di grano vi accoglie in sè.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dai gusci.
Vi macina per farvi neve.
Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.
E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.

Tutto questo compie in voi l'amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore
E in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.
Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il piacere,
Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall'aia dell'amore,
Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.

L'amore non da nulla fuorché sè stesso e non attinge che da se stesso.
L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;
Poiché l'amore basta all'amore.
Quando amate non dovreste dire: "Ho Dio nel cuore", ma piuttosto, "Io sono nel cuore di Dio".
E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.

L'amore non vuole che compiersi.
Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi:
Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte.
Conoscere la pena di troppa tenerezza.
Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore,
E sanguinare condiscendenti e gioiosi.
Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore;
Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore;
Grati, rincasare la sera;
E addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra.

 




Kahlil Gibran – "Sulla preghiera"


Allora una sacerdotessa disse:
Parlaci della Preghiera.

E lui rispose dicendo:
Voi pregate nell'angoscia e nel bisogno, ma dovreste pregare anche nella pienezza della gioia e nei giorni dell'abbondanza.
Perché non è forse la preghiera l'espansione di voi stessi nell'etere vivente?
Se riversare la vostra notte nello spazio vi conforta, è gioia anche esprimere l'alba del vostro cuore.
E se non potete fare a meno di piangere quando l'anima vi chiama alla preghiera, essa dovrebbe spingervi sempre e ancora al sorriso.
Pregando vi innalzate sino a incontrare nell'aria coloro che pregano nello stesso istante, e non potete incontrarli che nella preghiera.
Perciò la visita a questo tempio invisibile non sia altro che estasi e dolce comunione.

Giacché se entrate nel tempio soltanto per chiedere, voi non avrete.
E se entrate per umiliarvi, non sarete innalzati.
O se entrate a supplicare per il bene altrui, non sarete ascoltati.
Entrare nel tempio invisibile è sufficiente.
Con la parola io non posso insegnarvi a pregare.
Dio non ascolta le vostre parole, se non le pronuncia egli stesso attraverso le vostre labbra.
E io non posso insegnarvi la preghiera dei monti, dei mari e delle foreste.

Ma voi, nati dalle foreste, dai monti e dai mari, potete scoprire le loro preghiere nel vostro cuore,
E se solo tendete l'orecchio nella quiete della notte, udrete nel silenzio:
"Dio nostro, ala di noi stessi, noi vogliamo secondo la tua volontà.
Desideriamo secondo il tuo desiderio.
Il tuo impero trasforma le nostre notti, che sono le tue notti, in giorni che sono i tuoi giorni.
Nulla possiamo chiederti, perché tu conosci i nostri bisogni prima ancora che nascano in noi.
Tu sei il nostro bisogno, e nel donarci più di te stesso, tutto ci doni".

 





Kahlil Gibran – "Sul lavoro"

Allora un contadino disse:
Parlaci del Lavoro.

E lui rispose dicendo:
Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l'anima della terra.
Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita,
che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l'infinito.

Quando lavorate siete un flauto
attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.
Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta
quando tutte le altre cantano all'unisono?

Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra,
che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine.
Vivendo delle vostre fatiche,
voi amate in verità la vita.
E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo.

Ma se nella vostra pena voi dite
che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta sulla fronte,
allora vi rispondo:
tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato scritto.

Vi è stato detto che la vita è tenebre
e nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli esausti.
E io vi dico che in verità la vita è tenebre fuorché quando è slancio,
E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere,
E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro,
E ogni lavoro è vuoto fuorché quando è amore;
E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi,
con gli altri e con Dio.

E cos'è lavorare con amore?
È tessere un abito con i fili del cuore,
come se dovesse indossarlo il vostro amato.
È costruire una casa con dedizione come se dovesse abitarla il vostro amato.
È spargere teneramente i semi e mietere il raccolto con gioia,
come se dovesse goderne il frutto il vostro amato.
È diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i venerati morti stanno vigili intorno a voi.

Spesso vi ho udito dire, come se parlaste nel sonno:
"Chi lavora il marmo e scopre la propria anima configurata nella pietra,
è più nobile di chi ara la terra.
E chi afferra l'arcobaleno e lo stende sulla tela in immagine umana,
è più di chi fabbrica sandali per i nostri piedi".
Ma io vi dico,
non nel sonno ma nel vigile e pieno mezzogiorno,
il vento parla dolcemente alla quercia gigante come al più piccolo filo d'erba;
E che è grande soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal proprio amore.

Il lavoro è amore rivelato.
E se non riuscite a lavorare con amore,
ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e,
seduti alla porta del tempio,
accettare l'elemosina di chi lavora con gioia.
Poiché se cuocete il pane con indifferenza,
voi cuocete un pane amaro,
che non potrà sfamare l'uomo del tutto.
E se spremete l'uva controvoglia,
la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.
E anche se cantate come angeli,
ma non amate il canto
renderete l'uomo sordo alle voci del giorno e della notte.






 

Kahlil Gibran – "Sul matrimonio"

Allora Almitra di nuovo parlò e disse:
Che cos'è il Matrimonio, maestro?

E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.

Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.

 





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